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Secondo Bank of America OpenStack non è “ancora pronto”
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Secondo Bank of America OpenStack non è “ancora pronto”

Nel suo processo di trasformazione verso architetture completamente virtualizzate (SDDC, software defined datacenter), Bank of America ha attivato due infrastrutture parallele, una basata su OpenStack e l’altra sul software di un vendor che ha deciso di non rendere pubblico. In questo momento, l’infrastruttura fornita dal vendor sta prevalendo mentre BofA ritiene OpenStack “non ancora pronto”. Pochi dei 1500 servizi che la banca sta trasferendo ogni mese nella nuova struttura vengono infatti spostati sulla piattaforma OpenStack a causa di non meglio precisati “problemi” che sono stati aggirati trasferendo circa 6500 servizi sulla seconda infrastruttura, quella proprietaria.

“All’inizio di quest’anno abbiamo scoperto che OpenStack non è pronto e non lo è neanche per eseguire i servizi non mission-critical che attualmente abbiamo attivi” è stato il commento di David Reilly, il responsabile generale delle infrastrutture della banca, la seconda più grande degli Stati Uniti con circa 2,100 miliardi di asset, una dimensione che le consente di sperimentare le tecnologie più innovative senza grandi problemi di costi. L’obiettivo di Bank of America è quello di virtualizzare tutti gli elementi della propria infrastruttura – il networking, lo storage e la sicurezza – in modo da poter modificare velocemente le proprie applicazioni o attivarne di nuove quando richiesto dai clienti.

Mentre oggi la banca usa la nuova infrastruttura principalmente per attività non critiche come lo sviluppo ed il testing, a partire dal prossimo anno prevede di trasferirvi i circa 70mila servizi attualmente attivi. Non è però chiaro quanti di questi opereranno su OpenStack. Reilly ha confermato che gli ingegneri di BofA hanno risolto i problemi principali e che il giudizio non è legato alla tecnologia di base che “funziona molto, molto bene”. Il problema principale è che la piattaforma non è pronta per gestire migliaia di servizi e la banca ha dovuto anche creare tool di gestione che sostituissero quelli di OpenStack, ritenuti inadatti a gestire una soluzione così complessa ed automatizzare le operazioni. “Se dobbiamo migrare circa 1500 servizi al mese dobbiamo farlo in modo automatico, non possiamo dipendere dall’intervento umano” ha concluso Reilly.

Nonostante queste difficoltà, BofA non ha intenzione di cancellare il proprio investimento nella piattaforma OpenStack anche se ritiene che l’infrastruttura creata sulla piattaforma del vendor ed alternativa a quella open-source sia più indicata per l’esecuzione e gestione dei servizi più critici e che facciano un uso intensivo delle risorse, soprattutto lo storage.

Man mano che la piattaforma di OpenStack maturerà, Reilly pensa che sarà piano piano trasferire i servizi della banca su quest’ultima. “E’ difficile competere con qualcosa che è gratis. La differenza di prezzo comincerà a giocare un ruolo importante quando le funzionalità di OpenStack miglioreranno.”.

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The Server-Side Technology Staff
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